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il saggio non disse,
parlò solo al silenzio,
attendendo con quiete
il grande momento:
che ogni persona,
dal nero del cuore,
trovasse la luce,
ne seguisse l’odore.
La luce che vibra,
il suono che splende,
quel soffio di vento
dormiente o senziente,
che pochi donò
d’immensa sapienza;
non conoscenza,
ma solo coscienza,
del mondo,
del nulla,
del tutto
e del resto.
Attese per anni,
decenni o eoni?
poi salì il colle immobile,
tra i mobili,
e scagliò la voce,
“ciechi eravate,
siete e rimarrete;
nulla vi importa,
ma quel che credete.
Il mondo è infinito,
misterioso e mutevole,
ma pochi lo colgono
con cuore lodevole.”
Il gregge ammira,
osserva in silenzio,
da uno spiazzo lontano,
da uno scoglio protetto,
dove soltanto pochi
schizzi d’immenso
oseranno toccarli,
i loro abiti d’incenso.
E dal cielo,
stelle lontane
quiete portarono
nel cuore del vecchio,
del poeta ululante:
“questo ti dissi,
quando me lo chiedesti,
che uomini ciechi
non pendono sbiechi,
non oltre alla roccia
che li ripara
da ogni goccia,
che sia dolce o amara.
Naviga solo,
non cercare aiuto,
o molti cadranno
nell’ardente saluto”
“Ulisse,
ognuno dovrebbe sapere,
avere qualcuno accanto,
per spingerlo
e conoscerlo,
e viverlo
e lanciarlo,
per poi lasciarlo
nel gran pozzo
che assorda gli udenti
e accieca i vedenti,
capendo alla fine
che non sono i sensi
a renderci sogni
sapienti e ridenti.”
E così cadde,
lo stolto poeta,
sotto il peso d’un tuono,
d’un’ira funesta,
che nemmeno ad Achille
passó per la testa.
“Tu non capisci”
tuonò il cielo aperto,
“loro non sanno e
non voglion sapere,
son troppo immersi
nel rude vagone
e portar si fanno,
senza chiedere dove”
“Perché tu sapesti
dove il vento tirava
quando perdesti
la strada di casa?
Come loro eri cieco
incosciente e perduto,
ma qualcuno dall’alto
ti porse il suo aiuto.
Ricorda, o sovrano,
di chi ti ha respinto,
amato e cacciato;
son loro che ti hanno
più di tutti aiutato.
Ricorda il vento,
la furia del mare,
la dannata Calipso
e i cordiali Feaci.
Non sono forse codesti
a cui devi il ritorno
tra i vicoli bui,
del tuo regno nascosto?”
Ulisse tacette,
spiazzato dal gesto
che il saggio pastore
gli aveva posto.
Ragione lui era,
mai messo in dubbio,
non da un comune garzone
disteso all’asciutto.
“Altro non so,
mio infido amico.
Io ero sapienza,
ora tutto è perduto.
La mente mi disse
di esser diverso,
ma per primo ricaddi
nel gregge disperso.
Non fidare più
del verbo dal cielo,
segui il tuo cuore,
che sia sempre sincero.”
Così una nube
Orione coprì
ed il figlio di Laerte
dal cielo sfuggì.
“Ora sono solo,
o bianca betulla.
Ricorda che il vero,
che in testa ti frulla,
a volte fa male,
causa dolore.
Ulisse è partito,
oltre le colonne,
una volta tornato
avrà le risposte.
Così ogni uomo
dovrebbe poi fare;
sfuggire dal branco
e forse naufragare.
I modi son molti
per divenire coscienza.
Io penso e spero,
ma non cambio la scienza.”
discese dal colle
il folle cantore,
spargendo la brace
di un popolo in festa
mentre la guerra
incendia funesta.