ulisse e un folle 2

scritto da astulfus
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Testo: ulisse e un folle 2
di astulfus

il saggio non disse,

parlò solo al silenzio,

attendendo con quiete

il grande momento:

che ogni persona,

dal nero del cuore,

trovasse la luce,

ne seguisse l’odore.

La luce che vibra,

il suono che splende,

quel soffio di vento

dormiente o senziente,

che pochi donò

d’immensa sapienza;

non conoscenza,

ma solo coscienza,

del mondo,

del nulla,

del tutto

e del resto.

Attese per anni,

decenni o eoni?

poi salì il colle immobile,

tra i mobili,

e scagliò la voce,

“ciechi eravate,

siete e rimarrete;

nulla vi importa,

ma quel che credete.

Il mondo è infinito,

misterioso e mutevole,

ma pochi lo colgono

con cuore lodevole.”

Il gregge ammira,

osserva in silenzio,

da uno spiazzo lontano,

da uno scoglio protetto,

dove soltanto pochi

schizzi d’immenso

oseranno toccarli,

i loro abiti d’incenso.

E dal cielo,

stelle lontane

quiete portarono

nel cuore del vecchio,

del poeta ululante:

“questo ti dissi,

quando me lo chiedesti,

che uomini ciechi

non pendono sbiechi,

non oltre alla roccia

che li ripara

da ogni goccia,

che sia dolce o amara.

Naviga solo,

non cercare aiuto,

o molti cadranno

nell’ardente saluto”

“Ulisse,

ognuno dovrebbe sapere,

avere qualcuno accanto,

per spingerlo

e conoscerlo,

e viverlo

e lanciarlo,

per poi lasciarlo

nel gran pozzo

che assorda gli udenti

e accieca i vedenti,

capendo alla fine

che non sono i sensi

a renderci sogni

sapienti e ridenti.”

E così cadde,

lo stolto poeta,

sotto il peso d’un tuono,

d’un’ira funesta,

che nemmeno ad Achille

passó per la testa.

“Tu non capisci”

tuonò il cielo aperto,

“loro non sanno e

non voglion sapere,

son troppo immersi

nel rude vagone

e portar si fanno,

senza chiedere dove”

“Perché tu sapesti

dove il vento tirava

quando perdesti

la strada di casa?

Come loro eri cieco

incosciente e perduto,

ma qualcuno dall’alto

ti porse il suo aiuto.

Ricorda, o sovrano,

di chi ti ha respinto,

amato e cacciato;

son loro che ti hanno

più di tutti aiutato.

Ricorda il vento,

la furia del mare,

la dannata Calipso

e i cordiali Feaci.

Non sono forse codesti

a cui devi il ritorno

tra i vicoli bui,

del tuo regno nascosto?”

Ulisse tacette,

spiazzato dal gesto

che il saggio pastore

gli aveva posto.

Ragione lui era,

mai messo in dubbio,

non da un comune garzone

disteso all’asciutto.

“Altro non so,

mio infido amico.

Io ero sapienza,

ora tutto è perduto.

La mente mi disse

di esser diverso,

ma per primo ricaddi

nel gregge disperso.

Non fidare più

del verbo dal cielo,

segui il tuo cuore,

che sia sempre sincero.”

Così una nube

Orione coprì

ed il figlio di Laerte

dal cielo sfuggì.

“Ora sono solo,

o bianca betulla.

Ricorda che il vero,

che in testa ti frulla,

a volte fa male,

causa dolore.

Ulisse è partito,

oltre le colonne,

una volta tornato

avrà le risposte.

Così ogni uomo

dovrebbe poi fare;

sfuggire dal branco

e forse naufragare.

I modi son molti

per divenire coscienza.

Io penso e spero,

ma non cambio la scienza.”

discese dal colle

il folle cantore,

spargendo la brace

di un popolo in festa

mentre la guerra

incendia funesta.

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